Parliamo di nutrizione con Anna Sessi: la “food sensitivity”

Con l’anno nuovo si ritorna a parlare di nutrizione con Anna Sessi che, a breve, ci segnalerà anche nuovi incontri sul tema sul territorio. Con questo primo articolo del 2018 si vuole fare un po’ di chiarezza sull’intolleranza alimentare e sulla food sensitivity o infiammazione da cibo.

Buona lettura!

Da diverso tempo ormai vengono prescritte diete per le “intolleranze alimentari” eliminando dalla dieta stessa un alimento “incriminato”, creando spesso confusione e risultati discutibili. Il termine intolleranza alimentare è stato tanto abusato da aver perso il suo valore scientifico. Cerchiamo di comprendere meglio le diverse situazioni e le loro corrette definizioni.

Le intolleranze alimentari vere e proprie sono quelle situazioni in cui una persona ha un deficit enzimatico. L’esempio più comune è la carenza dell’enzima lattasi, la persona che ne è carente o sprovvista, ogni volta che berrà latte avrà l’intestino in subbuglio. Altra cosa sono invece le allergie alimentari. Queste possono essere divise in due grandi categorie: le allergie immediate e le allergie ritardate.

Nel caso dell’allergia immediata, una persona già sensibilizzata verso un cibo, produce degli anticorpi specifici verso quel cibo e, nel momento in cui lo introduce può avere reazioni allergiche, a volte anche molto violente. Possono manifestarsi con prurito, asma, starnuto, edema, gonfiore. Esempi classici sono: il viso pieno di puntini rossi a seguito dell’ingestione di fragole, oppure un rigonfiamento della gola a volte tanto importante da dare soffocamento, dopo aver mangiato mandorle o arachidi. Un’allergia ritardata che possiamo anche chiamare “food sensitivity” o infiammazione da cibo, dà una risposta allergica ritardata perché basata non sulla singola assunzione di un alimento ma, basata sull’accumulo.

Quando si segue un’alimentazione poco variata e si mangia per lungo tempo sempre un determinato alimento, ogruppo di alimenti simili, è possibile che si arrivi a superare il livello di soglia della tolleranza verso questo alimento, provocando uno stato infiammatorio, ecco perché è corretto chiamarla infiammazione da cibo. Il livello di soglia può essere ulteriormente abbassato in concomitanza di stati di stress, o altre problematiche.

Un’importante precisazione: le “allergie alimentari ritardate” sono state definite ufficialmente dal mondo scientifico, al Congresso Mondiale di Allergologia di Vancouver nel 2003. Da allora gli studi in materia sono stati moltissimi. Oggi le infiammazioni da cibo o food sensitivity sono molto frequenti, colpiscono infatti il 30/35% della popolazione, proprio perché, nonostante l’ampia disponibilità di alimenti, si tende spesso ad essere monotoni e dipendenti sempre dagli stessi alimenti.

Sono ormai note le relazioni tra artrite reumatoide e latte e lieviti, tra le malattie autoimmuni e i lieviti, tra sindrome del colon irritabile, problemi alla tiroide, endometriosi e glutine, tra infiammazioni da cibo e insullino resistenza e obesità. Sonnolenza, emicrania, gonfiore, acne, meteorismo, riniti, asma, borse sotto gli occhi, molto spesso sono sintomi causati da infiammazioni da cibo, risolvibili con una adeguata alimentazione, senza dover ricorrere a farmaci, con pesanti effetti collaterali.

L’approccio più corretto per guarire da una infiammazione da cibo sarà quello di organizzare una dieta di rotazione che attraverso una sorta di svezzamento, riporti l’individuo a recuperare la tolleranza verso un alimento o meglio verso un gruppo alimentare. I cibi che danno sensitività verranno introdotti in piccole dosi, solo alcuni giorni alla settimana, in un primo periodo, per poi essere aumentati mano a mano che i sintomi dell’infiammazione scompaiono. E’ molto importante fare riferimento non ad un singolo alimento ma ai grandi gruppi alimentari, che hanno caratteristiche simili.

In questi anni per diagnosticare le infiammazioni da cibo si è ricorso a diversi tipi di test, non sempre attendibili o scientificamente provati.

Oggi è possibile evidenziare la tendenza ad una food sensitivity anche con un metodo semplice e non invasivo che consiste in un’accurata anamnesi alimentare e con la compilazione, da parte del paziente, di un semplice Questionario di Anamnesi di Sovraccarico Alimentare. In base ai risultati è possibile comprendere se c’è una predisposizione o se si è superato il livello di soglia verso un determinato gruppo alimentare.

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