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Abbiamo appena finito di “celebrare” la giornata della donna.
Ed in mezzo alle solite banalità di sempre, con il buon proposito di sentirci più rincuorati dopo aver ricordato l’altra metà del cielo e puntualmente dimenticarsene l’indomani, riceviamo la notizia choc del martirio di queste quattro suore in Yemen.
Morte in quanto testimoni di fede ma ancor più perché donne che hanno avuto il coraggio di dedicarsi da sole, senza uomini al fianco, agli altri.

Questa notizia riguarda tutti, chi crede, chi non è praticante, chi ha fedi differenti, chi è miscredente o ateo, chi è semplicemente appartenente al genere umano.

E riguarda anche chi di noi pensa di vivere un mondo complesso ma tutto sommato pieno di cose, di tranquillità, di una vita almeno decente: la guerra, il martirio non è affare solo di altri, così distanti, ma deve porgere sempre a noi seri interrogativi su cosa sono le barbarie e la follia umana e chiederci cosa possiamo fare nel nostro piccolo mondo per limitarne i confini.

Il circolo PD di Sant’Olcese

La storia di Anselm, Reginette, Judit e Marguerite, le quattro suore uccise in Yemen, dimenticate dal mondo

Capita spesso di sentire il dovere di non dimenticare. Capita in relazione a grandi eventi che hanno segnato la storia, a tragici fatti che hanno colpito la nostra società. Ma c’è un’altra faccia della medaglia, ci sono una serie di situazioni che, in modo inspiegabile, non vengono portate alla luce. Che si perdono nell’overload informativo che caratterizza la società digitale del XXI° secolo. La storia di Anselm, Reginette, Judit e Marguerite è una di queste, è una storia di donne dimenticate.

Anselm, Reginette, Judit, Marguerite erano quattro suore. Sono state barbaramente uccise (insieme ai loro collaboratori), venerdì scorso, in Yemen. Una storia terribile che accentua il suo carattere di orrore alla scoperta del fatto che nessuno, se non Papa Francesco, ha dato peso a questo martirio. Sì, un martirio, perché le quattro suore, uccise per mano di un commando fondamentalista, forse appartenente al Daesh si occupavano quotidianamente degli “ultimi”. Lo facevano con amore, quell’amore portato in un territorio difficile, segnato dalla continua lotta tra sciiti e sunniti. Nonostante ripetute minacce di guerra civile, con la consapevolezza che prima di tutto, anche della loro vita, c’erano i loro malati.

È doveroso dar voce a questa storia, una storia come tante, forse, visto che sono diversi gli operatori di pace di cui si parla e si scrive poco. Una storia che deve insegnare a tutti a non cadere nella globalizzazione dell’indifferenza. Una tendenza, questa, micidiale. Il peggior costume di quest’epoca.

da L’Unità, 10 marzo 2016

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